FivePeaks: Andrea Lanfri e Massimo Coda alla conquista delle cinque vette più iconiche d’Italia.

Quando entro in un rifugio in quota, c’è sempre una scena che si ripete. La porta si apre, i presenti mi guardano prima negli occhi, poi abbassano lo sguardo e vedono le protesi. Lì scende il silenzio, un momento che dura poco ma che mi fa sempre sorridere.

È la stessa sensazione che ho provato durante le mie ultime avventure.

FivePeaks è il mio progetto che ho concluso il 6 settembre, che mi ha portato alla conquista delle cinque vette più importanti d’Italia.

Classe ’86, la passione per lo sport e la montagna nasce insieme a me. Ho sempre avuto l’istinto di superare ogni limite, anche quando si trattava solo di barriere mentali. Tutto cambia nel 2015, quando una meningite fulminante con sepsi meningococcica stravolge i miei piani. Mi sono ritrovato a riprogrammare la vita, ad affrontare la quotidianità senza le mie gambe e sette dita delle mani; la malattia, però, non ha scalfito la mia voglia di vivere. Mentre mi riprendevo ho pensato: “non ho le gambe? Allora corro!”. Sono diventato un Atleta Paralimpico della Nazionale Italiana, oltre che climber..

Non amo definirmi un eroe, ma solamente un uomo che ama la montagna e a cui la montagna ha salvato la vita.

Cambiare programma, quindi, non mi spaventa di certo. Prima del lockdown a causa del Covid-19, le mie energie erano destinate a due grandi progetti: le Paralimpiadi di Tokyo 2020 e la vetta dell’Everest. Sogno di essere il primo italiano amputato ad entrambi gli arti inferiori e con solo due pollici a riuscire nell’impresa, il secondo al mondo dopo un Cinese (con amputazioni agli arti inferiori ma con entrambe le mani).

L’emergenza sanitaria, però, mi ha costretto a ripianificare (ancora) i miei giorni. Così, dal divano della mia casa di Lucca, mentre guardavo un documentario sul Monviso, ho avuto un’idea. Ho creato una lista delle vette che avrei scalato nei mesi successivi. Cinque grandi montagne italiane, per riscoprire il territorio e trasformare i limiti imposti dall’emergenza sanitaria in opportunità, raccontando il territorio italiano e le vette che ancora non conoscevo.

Marmolada, Monte Bianco, Gran Paradiso, Monviso e Cervino. La lista era completa, mancava un compagno di avventure.

Spesso a seguirmi è Natascia, la mia compagna, ma alcune tappe di questa avventura richiedeva una preparazione atletica più impegnativa.

Così mi viene in mente un nome: Massimo Coda, atleta biellese che arrampica e affronta le pareti più impervie con una protesi al titanio dal ginocchio in giù. Nel 2009, infatti, l’alpinista era rimasto vittima di un grave incidente in montagna che lo ha portato, dopo un lungo calvario e svariati interventi chirurgici, all’amputazione dell’arto compromesso.

Sarebbe scontato accomunarci per quello che ci manca, essendo entrambi amputati, ma ciò che ci unisce davvero è lo spirito con cui affrontiamo ogni impresa.

È così, dopo una lunga chiamata su Skype ricca di entusiasmo, nasce FivePeaks. Ho chiesto a Massimo in quali voleva accompagnarmi per consolidare la nostra particolare cordata. Lui mi ha semplicemente risposto che voleva salirle tutte. 

L’avventura parte a giugno, dopo il via libera agli spostamenti in un’Italia assopita che lentamente si riprendeva la vita.

La prima è stata la Regina delle Dolomiti, la Marmolada. Abbiamo pensato di cominciare con la più semplice – dice Andrea – ma non è stata una passeggiata.

L’intenzione era quella di percorrere la via normale, per poi optare per la cresta ovest, un percorso un po’ più lungo. A rendere più difficile del previsto la prima tappa sono state le condizioni non ottimali della neve: la ferrata per raggiungere la vetta era praticamente sepolta, per questo i due atleti hanno deciso di ridiscendere in sicurezza per la via normale al ritorno. Durata della salita e discesa: tredici ore, molto più del previsto, con la neve che in alcuni punti cingeva la vita, facendo un percorso ad anello fra misto e neve in stile invernale, tutto senza traccia.

È stata una giornata molto faticosa, ma conquistare la cima più alta delle Dolomiti è stato un ottimo allenamento per le successive, oltre che un vero toccasana per l’umore.

Seconda tappa: Gran Paradiso. La prima dell’elenco a superare i 4000 metri, nonché l’unica interamente in territorio italiano. Questa è stata una tappa molto più rilassante, a dispetto delle previsioni.

Siamo stati rapidissimi: partenza sabato 4 luglio, alle ore 3 del mattino, arrivo in cima con condizioni di neve ottime, salendo dalla via normale. A pranzo eravamo già al rifugio Vittorio Emanuele a festeggiare la seconda vittoria.

È la volta del tetto d’Europa: siamo partiti alla conquista del Monte Bianco. Dopo i dubbi iniziali sul versante da cui intraprendere il percorso, abbiamo optato per la via Ratti, preferendo il versante italiano a quello francese nonostante la maggiore difficoltà ma ripagati da una bellezza senza pari.

Si tratta di una via complessa e pericolosa, che richiede un altissimo livello di concentrazione per i crepacci che costellano le pareti e le frequenti frane dall’alto. Partenza, 29 luglio 2020, arrivando a Courmayeur e da lì cominciando a salire. Al Lago Combal ci attendeva il primo rifugio: dopo una breve pausa abbiamo intrapreso il primo sentiero che ci portava sulla prima cresta davvero affilata e dove per giunta abbiamo combattuto contro un vento fortissimo.

Tenda, fornello, cibo, piumini, sacco a pelo: gli zaini erano davvero molto carichi. Un passo dopo l’altro siamo arrivati al ghiacciaio del Miage, imponente e maestosa distesa di ghiaccio che sopravvive grazie alle rocce sovrastanti. 8 km di sassaia, un terreno difficile da percorrere con le protesi, dove i sassi si muovono e bisognava prestare la massima attenzione per non sbilanciarsi troppo con il peso dello zaino.

In questo tratto si alternano neve, sassi e crepacci. Per le mie protesi e il mio equilibrio si tratta di un esercizio enorme di concentrazione, che richiede preparazione fisica e mentale.

 Il continuo cambio di assetto e di equilibrio, infatti, stanca. Chiunque abbia subito un’amputazione non ha la mobilità della caviglia, e in questo caso l’equilibrio viene corretto con movimenti di busto e bacino, dove con un peso impegnativo sulle spalle, il tutto diventa ancora più complicato.

Finalmente scorgiamo in lontananza il Rifugio Gonella, arroccato su un parete che raggiungono arrampicando, aiutati in alcuni punti da corde e scalette. Nessun errore è concesso in questo punto in cui si procede slegati.

La sosta al rifugio riesce a ricaricare entrambi e alle 2 del mattino si riparte: obiettivo bivacco Vallot, a 4300 m con partenza da 3000m. Io sono partito come capocordata, guidando Massimo e Natascia in corda. A zig-zag tra i crepacci, prestando attenzione ai punti di neve, si arriva a una parete di 12 metri, dove ci siamo arrampicati fino alla cresta mista di rocce, ghiaccio e neve, dove ci si ricongiunge alla via francese, più semplice e meno pericolosa.

Arrivati lì, mentre tutti si riposavano, io ho preparato il pranzo. A mezzanotte ci ha sorpreso un furioso temporale, che ci ha costretto a posticipare la partenza di un’ora. Alle tre ci siamo rimessi in marcia verso la vetta. Il temporale e la grandine avevano cancellata la traccia, ma io aveva osservato la gente che saliva il giorno prima, memorizzando i percorsi.

Così, seguendo il filo della cresta, siamo arrivati in vetta alle 6 e 30 de mattino. Ho toccato il cielo con tre dita, a quota 4810 mt, per poi ridiscendere dall’italiana, rifacendo tutto il percorso.

Appena entrati nel rifugio, siamo stati accolti con un applauso. È stata una bellissima salita che ricorderò a lungo. Siamo stati i primi due a salire sul Monte Bianco senza guide e senza gambe.

Si arriva così rapidamente alla quarta tappa: il re di Pietra, il Monviso. Abbiamo scelto di salire dalla cresta Est e scendere dalla via normale. Partenza dal Pian del Re, alla sorgente del fiume Po, camminando fino al rifugio Quintino Sella.

Da qui si staglia davanti a loro la cresta che giunge fino alla vetta. Una cresta alpinistica, impegnativa e sfidante, che abbiamo arrampicato con corda e protezioni.

A sorprenderci, una frana improvvisa. Ci siamo fermati per pranzare al volo, quando mi sono seduto ho sentito un boato tremendo, pensavo fosse un terremoto. Mi sono alzato di scatto, per poi capire dopo qualche secondo che si trattava di una frana sotto di noi, che ha subito alzato una nuvola di polvere e pietre.

A mezzogiorno siamo arrivati in vetta, dopo un percorso complicato ma facilitato dalle condizioni meteo favorevoli.

Così, l’avventura giunge all’ultima tappa, la più insidiosa, la più affascinante. Abbiamo provato a raggiungere la cima del monte Cervino nel weekend tra il 5 e il 6 settembre. Non UNA montagna, ma LA montagna italiana.

Siamo arrivati lì, a quota 4250m, Pic Tyndall, poco prima dell’ Enjambèe. La croce era lì, davanti a noi, a circa due ore di cammino, ma il buon senso ha prevalso sulla voglia di conquista. Il tempo a disposizione, infatti, era limitato. Alle 16 le condizioni meteo sarebbero peggiorate e in mezzo al ghiaccio, alla neve e al vento, trovarsi dentro una bufera sarebbe stato davvero troppo rischioso. Al momento la stagione non permette una risalita, ma l’impresa è solamente rimandata al prossimo anno.

Al mondo esistono molte montagne per le quali vale la pena di dedicare anche una vita intera per riuscire a scalarle. Però arrivare in vetta, raggiungere la cima in sé non ha nessun valore. È una vetta come tante altre, un semplice punto geografico. Quello che rende il momento speciale, unico e indimenticabile è il grande impegno, la grande determinazione e motivazione che ci trasporta durante quel cammino verso la vetta, che ci regala emozioni!